Sta tutto dentro quel nome: Spazio Lena. Zia Lena abitava fra queste mura. Qui viveva, gestiva il suo negozio di stoffe, accoglieva amici, amiche, conoscenti, passanti in cerca di un pasto caldo, e naturalmente i suoi familiari. In queste stanze sono passate storie, persone, tazze di tè, tabacco, fuoco nel camino, idee… e soprattutto le ore trascorse con la nipote, Elena.
Una parte di lei è sempre rimasta qui, e forse per questo zia Lena le lasciò in eredità questo luogo: perché potesse continuare a tenerlo vivo con le sue energie, con la sua presenza, con il suo modo di abitare il mondo.
Nacque così – e vive ora – questo Spazio, in cui Elena crea le sue opere e le espone. Nella parte espositiva tutto muta: cambiano le ispirazioni, le stagioni, i momenti storici, gli stati d’animo. L’unico punto fermo è l’enorme fotografia di zia Lena, che continua ad accogliere chi varca la porta di quello che fu il suo negozio e che oggi ospita le sculture in ceramica di Elena. Qui oggetti, pensieri ed espressioni artistiche trovano forma e Spazio, entrando insieme alle persone che si fermano per una chiacchiera, un caffè, un bicchiere di vino condiviso dietro le vetrine.
Nelle altre stanze, oltre l’esposizione, tutto resta immutato: la stufa accesa in inverno, le amiche di sempre che ridono a voce alta, l’argilla che prende forma fra le dita. È un luogo pieno di oggetti – ceramiche, fotografie, appunti, corde, stoffe, attrezzi, legni, quadri – eppure lo Spazio sembra non mancare mai. Talvolta un passante si ferma affascinato e chiede di scattare qualche fotografia. Elena risponde con un sorriso e una tazza di caffè.
In questa atmosfera accogliente e vitale, Elena Viletti plasma le sue sculture. La natura è la sua guida: pesci, uccelli, piante – soprattutto quelle che zia Lena sapeva coltivare con cura e che Elena continua a far crescere, anche se non quanto vorrebbe.
Così nasce “Non annaffiare”: una serie sempre aperta di piante grasse in terra refrattaria. Gli smalti, composti con ossidi, vengono preparati al momento, mescolati secondo l’esperienza e mai seguendo una ricetta fissa. Ogni scultura è un pezzo unico.
La natura non è solo ispirazione, ma anche responsabilità: Elena evita il più possibile prodotti tossici e materiali inquinanti.
Accanto ai “giardinetti” – come li chiama lei – spuntano pesci, rose, civette, frutti. Non sono semplici riproduzioni: sono idee. Un cesto di mele variopinte porta un cartello: “Una mela finta al giorno toglie le malattie immaginarie di torno.” Sotto una sedia si nascondono grandi semi, ognuno inciso con una sola parola diversa. “Dillo coi semi di Lena”, recita un bigliettino: perché a volte basta una parola, scelta con cura e incisa col fuoco. Due uccellini sono posati su un legno accanto a un nido vero, ritrovato nel bosco vicino a casa. Vecchie assi recuperate da cascine e fienili abbandonati portano decine di pesci colorati e una scritta ripetuta all’infinito: “Il mare è uno solo.” Cestelli di lavatrici guaste diventano puff da salotto. A Spazio Lena si organizzano mostre d’arte e fotografia, presentazioni di libri, performance. Qui hanno esposto ed espongono artisti.
È sera. Elena ripone le mirette in una vecchia borsa rossa e si prepara a tornare a casa, in una frazione di Varzi più vicina ai boschi che al borgo, dove regna ancora il silenzio notturno, dove la sera ci si infila un maglione anche d’estate e dalla fontana sgorga acqua fresca e buona.Lei sarà lontana, e solo una piccola luce resterà accesa dietro le vetrine. Ma anche di notte le voci del paese attraverseranno Spazio Lena, tenendolo vivo, in movimento, acceso come il fuoco incessante delle Vestali.
-Da un estratto dell’amica Francesca Moggi